Come va il Brasile?
Cruz do Espirito Santo, PB, 14/03/2011

Come va il Brasile?
di Gabriele Giacomelli
E' una domanda ricorrente, rivolta a chi vive in Brasile e va o viene da là.
Curiosità legittima, ed anche segnale di interesse, di voglia di sintonia. Di speranza che le cose migliorino.
Difficile é rispondere, sapendo che sempre si dice e si nasconde, si racconta il vissuto, e raccontando si diffondono immagini e idee, e un po’ anche magari si inventa.
Anni fa, mi trovavo nell’atrio del Pio Istituto Brasilero a Roma, aspettando di incontrarmi con un vescovo brasiliano. Nell’edificio anticoe solenne, su una parete laterale del portico che era molto alto, era affrescata una cartina geografica del Brasile. Lo stile antico, pieno di disegni e nomi suscitò la mia curiosità. Ricordo anche una certa inquietudine che mi saliva dentro, e che scoprivo in quella inquietudine qualcosa che aveva a che fare con la grandezza, con le proporzioni. E col mio immaginario. A scuola sempre si domina il Brasile in una pagina, lì sembrava che due metri di largura e quasi tre di altezza non riuscivano a contenerlo. Volando sul Brasile, quella sensazione sempre ritorna; moltiplicata. E come si dice: si resta senza parole, a bocca aperta. Ci si sente piccoli, inadatti a dire il grande; a descriverlo, o a tentare di riassumerlo.

In questi anni, dopo un periodo in cui scrivevo frequenti racconti dettati dall’entusiasmo
dei primi tempi, é cresciuta la difficoltà del dire qualcosa sul Brasile. “Quando si ha qualcosa di importante da scrivere... occorre pensarci spesso, e dopo... pensarci di nuovo, per non pentirsi, quando non si é più padroni di trattenere ciò che si é scritto” – suggeriva già nel secolo XVIII l’Abate Dinouart, precisando che “bisogna prestare la massima attenzione a non scrivere nulla che prima non sia stato saggiamente meditato. [Infatti,] siamo padroni di ciò che pensiamo, non lo siamo più dei pensieri scritti e abbandonati al lettore”.

Quel leggero malessere fatto di rispetto, di coscienza e di limitazione, che la grande mappa sulla parete mi aveva svelato (come in un momento in cui diventano più coscienti anche molte altre inquietudini) mi ha accompagnato in ogni esperienza in cui racconto, creando in me un pudore strano. Voglia anche di tacere, o di aspettare a dire.
Provo comunque a scrivere, quasi come per una scommessa, o per una sfida. O come gesto di comunione. In un paese di proporzioni continentali di più di cento e novanta milioni di abitanti, in un territorio ventotto volte più grande dell’Italia – in cui più dell’ottanta per cento delle famiglie sono concentrate nelle zone urbane –, nella maggior parte delle case si vedono solo cinque o sei canali televisivi (una sola rete é con partecipazione pubblica, ed é molto recente), i giornali nazionali sono pochissimi (e cari) e quelli locali spezzettano e mescolano notizie di agenzia, e la stragrande maggioranza delle notizie, delle storie e delle immagini sono riservate a São Paolo e Rio de Janeiro. Novelas comprese. Sufficiente per costruire miti e suggerire – e indurre – prospettive e interpretazioni. Creando miti e stereotipi, che – ci ricorda Hosbawm - “sono un altro campo nel quale dobbiamo distinguere tra ciò che viene dal basso e quello che é imposto dall’alto. é sempre [infatti] qualcosa trasmesso da altri: da libri, dagli storici, dai film e, oggi, dai produttori di programmi televisivi. In generale, i miti nazionali non fanno parte della memoria storica di una tradizione viva, eccetto i casi nei quali ciò che divenne mito nazionale é un prodotto della  religione...il passato, in altre parole, [é] ridisegnato in modo da soddisfare adeguatamente un determinato stereotipi, i pre-concetti. Come qualcosa di inevitabile.
Inevitabile, anche perché sempre conosciamo confidando su chi ci ha preceduto e ci ha lasciato in eredità cultura, scienze, arti e costumi, e quindi confidando sulle loro interpretazioni, a partire dall’autorevolezza che gli riconosciamo. Inevitabile: come ci hanno fatto capire, o ci siamo lasciati far capire. Come accade per le questioni economiche, rispetto alle quali restiamo senza argomenti di fronte ai momenti di crisi, o a scelte che sempre ci vedono distanti o assenti, o esclusi. Un poco ignoranti, o forse semplicemente poco curiosi e un po’ pigri, o arrendevoli.
Lo dicano gli operai della FIAT. Lo dicano qui i lavoratori brasiliani per i quali dopo vari mesi di dibattiti tra dicembre e febbraio (vecchia e nuova legislatura) si sentono dire che il governo non ha ‘potuto’ aumentare che di poca cosa lo stipendio base (salário mínimo), perché altrimenti si metterebbe in crisi l’economia nazionale. Con l’appoggio anche di ex- sindacalisti, oggi deputati della base di governo. In una mattina di fine anno però, i parlamentari compatti hanno  riaggiustato il loro stipendio di più del sessanta per cento. Nessuno del governo si é opposto. La  popolazione ha sbottato, si é in parte indignata, ha percepito la triste ironia, ma poco o nulla più  che alcuni giorni di irritazione. In fondo, tutto sembra inevitabile. Come un prezzo da pagare, in   fondo piccolo, in cambio dello sviluppo della nazione. Chi era giovane negli anni settanta forse ricorda la sottile ironia di In fila per tre di Edoardo Bennato: “Ora che sei in grado di fare le tue scelte... prendi la strada giusta e non sgarrare, se no poi te ne facciamo pentire... a qualche cosa devi pur rinunciare in cambio di tutta la libertà che ti abbiamo fatto avere... - ironizzava il cantautore - ... e se proprio non trovi niente da fare: non recriminare... in nome del progresso della nazione, in fondo in fondo puoi sempre emigrare...”
Gabriele Giacomelli


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